Nel dialogo di Senofonte, i Memorabilia, Ippia, dopo aver sentito Socrate conversare con un gruppo di persone per le strade di Atene, commenta:

“Socrate, stai ancora ripetendo le stesse cose che ti ho sentito dire tanto tempo fa”.

Per nulla intimorito dal tentativo di Ippia di sminuirlo, Socrate rispose:

“Sì, e ciò che è più meraviglioso è che non solo sto ancora dicendo le stesse cose, ma le sto dicendo sugli stessi argomenti”.

In questa lezione esamineremo alcune delle idee principali che Socrate ripeteva in continuazione nelle sue conversazioni con gli ateniesi. Esamineremo 1) la sua esortazione a “prendersi cura della propria anima”, 2) la sua convinzione che la conoscenza della virtù sia necessaria per diventare virtuosi e, a sua volta, che la virtù sia necessaria per raggiungere la felicità, 3) la sua convinzione che tutte le azioni malvagie siano commesse per ignoranza e quindi involontariamente, 4) e infine la sua presunzione che commettere un’ingiustizia sia molto peggio che subirla.

Socrate credeva che la filosofia avesse un ruolo molto importante da svolgere nella vita degli individui e nel dialogo di Platone, le Gorgia, spiega il perché di questa sua convinzione:

“Perché vedi di che cosa si tratta nelle nostre discussioni – e c’è forse qualcosa su cui un uomo anche di piccola intelligenza sarebbe più serio di questo: qual è il modo in cui dobbiamo vivere?”. (Gorgia)

Molte persone non contemplano mai consapevolmente la questione di come si debba vivere. Il corso della loro vita è invece determinato in larga misura dai valori e dalle norme culturali a cui indiscutibilmente aderiscono. Secondo Socrate, però, l’esame di questa domanda è molto importante, perché è attraverso la ricerca di risposte che si può sperare di migliorare la propria vita. Uno dei motivi per cui la maggior parte non contempla consapevolmente questa domanda è che richiede di raggiungere la conoscenza di sé, o in altre parole, di volgere lo sguardo verso l’interno e analizzare sia la propria vera natura sia i valori che guidano la propria vita. E questa conoscenza è forse la più difficile da ottenere.

Questa convinzione è trasmessa nell’affermazione forse più famosa di Socrate: “La vita non esaminata non vale la pena di essere vissuta” (Apologia). Esaminare se stessi è il compito più importante che si possa intraprendere, perché solo questo ci darà la conoscenza necessaria per rispondere alla domanda “come devo vivere la mia vita”. Come spiegava Socrate:

“… una volta che conosciamo noi stessi, possiamo imparare a prenderci cura di noi stessi, ma altrimenti non lo faremo mai”. (Prima Alcibiade)

Quando rivolgiamo lo sguardo verso l’interno alla ricerca della conoscenza di noi stessi, Socrate pensava che avremmo presto scoperto la nostra vera natura. E contrariamente all’opinione delle masse, il vero sé, secondo Socrate, non va identificato con ciò che possediamo, con il nostro status sociale, la nostra reputazione o persino con il nostro corpo. Al contrario, Socrate sosteneva notoriamente che il nostro vero io è la nostra anima.

Come breve nota a margine, è importante ricordare che gli antichi greci vivevano prima dell’ascesa del cristianesimo e quindi per loro la nozione di “anima” non aveva le stesse connotazioni religiose che ha per noi. Non si sa con certezza cosa intendesse Socrate quando affermava che il nostro vero io è l’anima. Tuttavia, molti studiosi hanno assunto una posizione simile a quella del famoso storico della filosofia Frederick Copelston, il quale ha scritto che Socrate, definendo il nostro vero io come anima, si riferiva al “soggetto pensante e volente”.

Secondo Socrate è lo stato della nostra anima, o del nostro essere interiore, a determinare la qualità della nostra vita. È quindi fondamentale dedicare una quantità considerevole di attenzione, energia e risorse per rendere la nostra anima il più possibile buona e bella. O come afferma nel dialogo di Platone, l’Apologia: “Non abbandonerò mai la filosofia e non smetterò mai di esortarvi e di indicare la verità a chiunque di voi incontri, dicendo nel mio modo più abituale:

“Uomo eccelso, non ti vergogni forse di preoccuparti dell’acquisizione di ricchezze, della reputazione e dell’onore, quando non ti preoccupi né ti preoccupi della saggezza e della verità e della perfezione della tua anima?”. (Apologia 29d)

Dopo aver capito che il proprio io interiore, o anima, è tutto importante, Socrate riteneva che il passo successivo nel cammino verso la conoscenza di sé fosse quello di ottenere la conoscenza di ciò che è bene e di ciò che è male, e nel processo utilizzare ciò che si impara per coltivare il bene all’interno della propria anima ed eliminare il male da essa.

La maggior parte delle persone presume dogmaticamente di sapere cosa è veramente buono e cosa è veramente cattivo. Considerano beni come la ricchezza, lo status, il piacere e l’accettazione sociale come i più grandi di tutti i beni della vita e pensano che la povertà, la morte, il dolore e il rifiuto sociale siano i più grandi di tutti i mali.

Socrate, tuttavia, non era d’accordo con queste risposte e riteneva che questa visione fosse estremamente dannosa. Tutti gli esseri umani aspirano naturalmente alla felicità, pensava Socrate, perché la felicità è il fine ultimo della vita e tutto ciò che facciamo lo facciamo perché pensiamo che ci renderà felici. Pertanto, etichettiamo come “bene” ciò che pensiamo ci porterà felicità e come “male” ciò che pensiamo ci porterà sofferenza e dolore. Ne consegue che se abbiamo una concezione errata di ciò che è bene, allora passeremo la vita a rincorrere freneticamente cose che non ci porteranno alla felicità, anche se le raggiungeremo.

Tuttavia, secondo Socrate, se uno si dedicasse alla conoscenza di sé e all’indagine filosofica, sarebbe presto condotto a una visione più appropriata del bene. Esiste un bene supremo, sosteneva, e solo il possesso di questo bene ci assicurerà la felicità. Questo bene supremo, pensava Socrate, è la virtù.

La virtù è definita come eccellenza morale e un individuo è considerato virtuoso se il suo carattere è costituito dalle qualità morali accettate come virtù. Nell’Antica Grecia le virtù comunemente accettate erano il coraggio, la temperanza, la prudenza e la giustizia.

Socrate riteneva che la virtù fosse il bene più grande della vita, perché solo essa era in grado di assicurare la felicità. Persino la morte è una questione banale per l’individuo veramente virtuoso che si rende conto che la cosa più importante nella vita è lo stato della sua anima e le azioni che ne derivano:

“Amico, non parli bene, se credi che un uomo di valore dia peso al pericolo di vita o di morte, o non tenga conto di altro che di questo quando agisce: se la sua azione è giusta o ingiusta, l’azione di un uomo buono o di un uomo malvagio”. (Apologia 28b-d).

Per diventare virtuosi Socrate sosteneva che dobbiamo arrivare alla conoscenza di ciò che è realmente la virtù. La conoscenza della natura della virtù, in altre parole, è la condizione necessaria e sufficiente per diventare virtuosi.

Questo spiega perché Socrate andava in giro a conversare con i suoi compagni ateniesi, sempre alla ricerca della definizione, o essenza, di una specifica virtù. Egli pensava che, una volta giunti alla corretta definizione di virtù, ci si sarebbe resi conto che la virtù è l’unica cosa intrinsecamente buona. E poiché gli esseri umani desiderano naturalmente il bene, poiché solo esso assicura la felicità, con questa consapevolezza non si avrebbe altra scelta che diventare virtuosi.

Per riassumere questa idea è utile esprimerla in una semplice formula: conoscenza = virtù = felicità. Quando arriviamo alla conoscenza della virtù, diventiamo virtuosi, cioè rendiamo la nostra anima buona e bella. E quando perfezioneremo la nostra anima, raggiungeremo la vera felicità.

Se tutti gli individui desiderano naturalmente la felicità e se è solo diventando virtuosi che si può raggiungere la felicità, allora sorge una semplice domanda: Perché tante persone non riescono a diventare virtuose e commettono invece azioni malvagie, impedendosi così di raggiungere ciò che desiderano veramente?

Per dirla senza mezzi termini, la risposta a questa domanda è che la maggior parte delle persone è ignorante. Se una persona sapesse veramente che ciò che sta facendo è malvagio, si asterrebbe da tale azione. Ma poiché tutti gli atti malvagi sono commessi per ignoranza, Socrate sostiene che tutti gli atti malvagi sono commessi involontariamente. Socrate non intendeva dire che quando uno commette un atto malvagio lo fa in una sorta di stato di completa inconsapevolezza, ma piuttosto che tale individuo non è consapevole che la sua azione è malvagia. Nel dialogo Protagora di Platone, Socrate dice:

“La mia opinione è più o meno questa: nessun saggio crede che qualcuno pecchi volontariamente o perpetui volontariamente un’azione meschina o malvagia; sa benissimo che ogni azione meschina o malvagia è commessa involontariamente.” (Protagora)

Chi commette un’azione malvagia è un individuo che ignora il fatto che solo la virtù è l’unico vero bene. Un individuo di questo tipo, invece, presume falsamente che la ricchezza, il potere e il piacere siano i beni più grandi della vita e quindi, se necessario, userà mezzi malvagi per ottenerli. In altre parole, ignora che, commettendo tali atti malvagi, sta macchiando la sua anima e si sta condannando a una perpetua infelicità.

Come spiega A.E. Taylor:

“Le azioni malvagie si basano sempre su una falsa stima dei beni. Un uomo compie un’azione malvagia perché si aspetta falsamente di trarne un beneficio, di ottenere ricchezza, potere o divertimento, e non tiene conto del fatto che la colpa dell’anima contratta supera di gran lunga i presunti guadagni”. (Socrate, A.E. Taylor)

Questo danno auto-inflitto alla propria anima, causato dal non agire virtuosamente, è il male più grande che possa capitare a un individuo. Infatti, Socrate si spinse fino a proporre la sorprendente affermazione che è meglio subire un’ingiustizia che commettere un’ingiustizia.

“Così ho detto la verità quando ho detto che né io né voi né nessun altro uomo preferirebbe fare un’ingiustizia piuttosto che subirla: perché è peggio”. (Gorgia)

Quando commettiamo un’ingiustizia stiamo danneggiando la nostra anima, che è il nostro vero io. D’altra parte, quando subiamo un’ingiustizia, non è la nostra anima a essere danneggiata, ma ciò che viene danneggiato è semplicemente qualcosa che possediamo: la nostra ricchezza, la nostra reputazione o persino il nostro corpo. Poiché lo stato della nostra anima è della massima importanza per il raggiungimento della felicità, dovremmo fare in modo di prenderci cura della nostra anima anche a spese dei nostri beni e del nostro corpo. E se ci troviamo di fronte a una scelta, dovremmo scegliere di subire un danno piuttosto che infliggerlo.

Si tratta di una proposta notevole, e per concludere questa conferenza citeremo un brano di George Vlastos, che presenta una condizione estrema che illumina quanto sia sconcertante questa idea di Socrate:

“Immaginiamo che qualcuno che vive sotto una brutale dittatura, accusato di un crimine politico, si salvi incriminando falsamente un amico; quest’ultimo viene arrestato e torturato, uscendo dalla prova come un uomo distrutto che muore poco dopo, mentre l’accusatore, ben ricompensato dal regime, vive fino a una vecchiaia sana e prospera. Socrate sostiene che l’autore di questo oltraggio ha danneggiato la propria felicità più delle sue vittime. È mai stata fatta un’affermazione più forte da un filosofo morale? Non ne conosco nessuna”. (Socrate: ironista e filosofo morale, George Vlastos)