Il libro “La democrazia dei follower” scritto dallo storico Alberto Maria Banti propone un’analisi approfondita, trasparente ed oggettiva del nostro tempo e di come le politiche neoliberiste degli ultimi anni abbiano ridotto la mobilità sociale ed aumentato le disuguaglianze. L’autore si chiede come mai nonostante questo stato di cose sembra completamente assente una reazione di massa.

Secondo l’autore l’assenza di una decisa reazione sarebbe quindi da attribuire a diversi fattori:

  • Il concetto TINA (There Is No Alternative) ormai impresso come una fede nella mente di gran parte della popolazione che produce un senso di abbandono e adeguamento allo stato delle cose. Una popolazione incoraggiata da opinion-makers di turno, come l’influencer più in voga, è impedita nel formare delle risorse cognitive proprie. Perciò l’opinione pubblica frammentata diventa incapace di identificare cause ed effetti dei fenomeni che ci circondano.

  • L’assente dicotomia tra destra e sinistra, che si manifesta come un culto indistinguibile di questa specifica forma di “libero mercato”, ormai ridotto in modo paradossale alla diversa visione sui flussi migratori come risposta ai fenomeni di globalizzazione.

  • Il sostegno della cultura di massa che alimentata dalle gradi corporation dell’intrattenimento elimina il tragico dalla realtà e chiede al consumatore di liberarsi del senso critico per assumere un atteggiamento infantile (di chi va guidato) con la necessità di immedesimarsi nei protagonisti di una storia sempre a lieto fine. Un’insieme di favole che incantano e inducono ad accettare passivamente ogni iniquità e sfruttamento.

A proposito dell’assente reale dicotomia tra destra e sinistra è importante osservare da una parte la destra sovranista attaccata a concetti nazionalismo pop, dall’altra una sinistra “progressista a tutti i costi” che con l’obiettivo di smacchiarsi del peccato originale del comunismo non riesce più ad avere un pensiero critico rispetto al tema.
Al contempo l’autore ci offre anche altre chiavi interpretative sul ruolo delle sinistre europee citando David Harvey. Evidenzia che ai tempi della presidenza Clinton del 1992 nonostante il partito democratico americano avesse una buona base elettorale, composta anche da diverse minoranze, si cominciava ad intravedere un massiccio finanziamento da imprenditori e gruppi imprenditoriali che chiedevano a gran voce di mantenere le politiche neoliberiste da cui traevano benefici economici enormi. Inoltre la necessità per le sinistre italiane ed europee di finanziare la propria carriera politica oltre che le strutture di partito, fondazioni, associazioni ha indotto sempre di più i politici a far proprio un’atteggiamento che si sposta troppo spesso dal “dialogico” al “subalterno” nei confronti dei propri finanziatori.

Un discorso simile può essere fatto circa la cultura di massa perché (come accennato sopra) il metanarrativo mainstream impone il lieto fine. Sin dagli anni 30, mentre gli USA attraversavano una delle peggiori crisi della storia, si andava imponendo un sistema narrativo fatto di racconti morali, estremamente pedagogico e basato su un sistema etico manicheo: bene contro male. Senza dubbio la struttura narrativa invita chi segue la storia ad identificarsi col bene ed è qui che si inserisce il must del lieto fine che allieta e lenisce con fantasie di estrema felicità, eroi ed eroine che vincono sul male, la triste vita di chi viveva quei tempi. Interessante anche come l’autore mostri che la controcultura negli anni successivi reintroduce il tragico ma non elimina di certo la narrativa dominante, perché nel corso degli anni 70 l’innalzamento dei prezzi del petrolio e il conseguente innalzamento dei prezzi dei beni produce nella popolazione la paura di perdere il lavoro. Si comincia così ad osservare il rifiuto dei film tragici e la riaffermazione dei film, spesso d’azione, con lieto fine (e le discoteche).
Non bisogna comunque dimenticare l’apporto delle TV private.
A tal proposito è molto interessante citare Gerbner che dice:

La televisione è la nuova religione di stato gestito da un ministero della cultura privato, che offre un curriculum universale per tutti, è finanziata con una forma di tassazione mascherata, ed è priva di rappresentatività. Pagate quando vi lavate [cioè quando acquistate i prodotti pubblicizzati in TV], non quando la guardate. […]

Non ci si può liberare semplicemente spegnendo la TV. Per quasi tutti la televisione è la cosa più attraente e perciò funziona giorno e notte. Viviamo in un mondo in cui la maggioranza non la spegne mai. Se non dal video riceviamo il messaggio dagli altri.

riferito da Postman in “Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell’era dello spettacolo

Quindi alla luce di ciò perché le resistenze critiche si polverizzano sempre di più davanti allo schermo di un computer, di uno smartphone o della classica televisione? Perché il pubblico preferisce il lieto fine raggiunto da personaggi che hanno “lo spessore psicologico di un foglio di carta“? Lo stato di passività incoraggiato dalla cultura di massa trova una facile ospitalità nella cornice delle istituzioni democratiche. Per questo potremmo parlare di una “spectator democracy” (Gentile, Il Capo e la folla. La genesi della democrazia recitativa) dove guardiamo passivamente gli eventi accadere, mettendo like sotto un video o su una scheda elettorale “animati dalla speranza di aver puntato sul padre, madre, fratello o sorella più grande che ci guidi e liberi dai guai“. L’autore perciò sostiene che forse sia meglio chiamarla: la democrazia di follower.