Sulla filosofia e il filosofo

Mi giova un filosofo solo nella misura in cui può essere un esempio. (Meditazioni intempestive III)

Quel filosofo educatore che sognavo, arrivai a pensare, non solo avrebbe scoperto la forza centrale, ma avrebbe anche saputo impedire che essa agisse in modo distruttivo sulle altre forze: il suo compito educativo sarebbe stato, mi sembrava, quello di plasmare l’intero uomo in un sistema solare e planetario vivente e di comprenderne le leggi superiori del moto. (Meditazioni intempestive III)

I vostri veri educatori e maestri formativi vi rivelano qual è la vera materia prima del vostro essere, qualcosa di assolutamente ineducabile, ma in ogni caso accessibile solo con difficoltà, legato, paralizzato: i vostri educatori possono essere solo i vostri liberatori. (Meditazioni intempestive III)

La filosofia si distacca dalla scienza quando si chiede quale conoscenza del mondo e della vita possa aiutare l’uomo a vivere più felicemente. Questo avvenne nelle scuole socratiche: per la preoccupazione della felicità l’uomo si legò alle vene dell’indagine scientifica, e lo fa ancora oggi. (Umano, troppo umano)

Che la meditazione sulle cose umane, fin troppo umane (o, come si dice, “l’osservazione psicologica”) sia uno dei mezzi con cui l’uomo può alleviare il peso della vita; che esercitando quest’arte ci si possa assicurare la presenza mentale in situazioni difficili e il divertimento in ambienti noiosi; anzi, che dalle fasi più spinose e infelici della propria vita si possano trarre delle massime e sentirsi così un po’ meglio: questo si credeva, si sapeva, nei secoli passati. (Umano, troppo umano)

L’ambiente educativo vuole rendere ogni uomo non libero presentandogli sempre il minor numero di possibilità. Gli educatori trattano l’individuo come se fosse qualcosa di nuovo, certo, ma come se dovesse diventare una ripetizione. Se l’uomo appare prima come qualcosa di sconosciuto, mai esistito prima, deve essere trasformato in qualcosa di conosciuto, preesistente. Quello che si chiama buon carattere in un bambino è la manifestazione del suo essere legato al preesistente. Ponendosi dalla parte degli spiriti vincolati, il bambino dimostra innanzitutto il suo spirito pubblico in fase di risveglio. Sulla base di questo spirito pubblico, sarà poi utile al suo stato o alla sua classe. (Umano, fin troppo umano)

Il Don Giovanni della conoscenza nessun filosofo o poeta è ancora riuscito a scoprirlo. È privo di amore per le cose che riconosce, ma possiede arguzia, brama di andare a caccia di conoscenza e di intrighi ad essa collegati, e trova piacere in tutto questo, anche fino alle stelle più alte e lontane della conoscenza, finché alla fine non gli resta altro da perseguire che il lato assolutamente dannoso della conoscenza, proprio come l’ubriaco che finisce per bere assenzio e acido nitrico. È per questo che, infine, sente il desiderio dell’inferno, perché è questa la conoscenza finale che lo seduce. Forse anche questo lo deluderebbe, come fanno tutte le cose che si conoscono! (L’alba)

Non è sufficiente dimostrare una tesi, bisogna anche tentare o sollevare gli uomini ad essa: per questo il saggio deve imparare a trasmettere la sua saggezza; e spesso in modo tale che possa sembrare una sciocchezza. (L’alba)

Sono gradualmente arrivato a vedere la luce del giorno per quanto riguarda il difetto più generale dei nostri metodi di educazione e formazione: nessuno impara, nessuno insegna, nessuno desidera sopportare la solitudine. (L’alba)

Per quanto riguarda la ricerca del lavoro per la retribuzione, nei paesi civilizzati quasi tutti gli uomini sono uguali; per tutti il lavoro è un mezzo, e non il fine in sé; per questo non sono molto selettivi nella scelta del lavoro, a patto che dia un profitto abbondante. Ma ci sono anche uomini più rari che preferirebbero morire piuttosto che lavorare senza provare piacere nel loro lavoro: persone esigenti, difficili da soddisfare, il cui obiettivo non è soddisfatto da un profitto abbondante, a meno che il lavoro stesso non sia la ricompensa di tutte le ricompense. Gli artisti e i contemplativi di ogni genere appartengono a questa rara specie di esseri umani. (La gaia scienza)

Chi sa di essere profondo si sforza di essere chiaro; chi vuole apparire profondo alla moltitudine si sforza di essere oscuro. La moltitudine ritiene profonde tutte le cose di cui non vede il fondo; è così timida e va così poco volentieri in acqua. (La gaia scienza)

Ascoltiamo solo le domande alle quali siamo in grado di trovare una risposta. (La gaia scienza)

La vita non mi ha ingannato! Al contrario, di anno in anno la trovo più ricca, più desiderabile e più misteriosa – dal giorno in cui il grande liberatore ha spezzato le mie catene, il pensiero che la vita può essere un esperimento del pensatore – e non un dovere, non una fatalità, non un inganno! E la conoscenza stessa può essere per altri qualcosa di diverso; per esempio, un letto di agio, o la strada per un letto di agio, o un divertimento, o un corso di ozio, per me è un mondo di pericoli e di vittorie, in cui anche i sentimenti eroici hanno la loro arena e la loro pista da ballo. “La vita come mezzo per la conoscenza”: con questo principio nel cuore, non solo si può essere coraggiosi, ma si può persino vivere con gioia e ridere con gioia! E chi potrebbe saper ridere bene e vivere bene, se non avesse prima compreso il pieno significato della guerra e della vittoria? (La scienza gay)

Non facciamo parte di coloro che traggono i loro pensieri solo dai libri, o su suggerimento dei libri, ma siamo soliti pensare all’aria aperta, camminando, saltando, arrampicandoci o danzando di preferenza su montagne solitarie, o vicino al mare, dove anche i sentieri diventano pensierosi. La nostra prima domanda sul valore di un libro, di un uomo o di un brano musicale è: “Può camminare? Sa camminare? O meglio ancora: Sa ballare? (La scienza gay)

A cosa serve un libro che non ci porta nemmeno al di là di tutti i libri? (La gaia scienza)

Ogni arte e ogni filosofia possono essere considerate come un apparecchio di guarigione e di aiuto al servizio della vita che cresce e che lotta: esse presuppongono sempre la sofferenza e i sofferenti. (La scienza gay)

Di tutto ciò che è scritto amo solo ciò che un uomo ha scritto con il suo sangue. (Così parlò Zarathustra)

Mi sono allontanato dalla casa degli studiosi e ho anche sbattuto la porta dietro di me. La mia anima si è seduta affamata alla loro tavola troppo a lungo; non sono, come loro, addestrato a perseguire la conoscenza come se fosse un gioco da ragazzi. Amo la libertà e l’aria sulla terra fresca; preferirei dormire sulle pelli di bue piuttosto che sui loro decori e sulle loro rispettabilità. (Così parlò Zarathustra)

Si ripaga male un maestro se si rimane sempre e solo un allievo. (Così parlò Zarathustra)

I veri filosofi si protendono verso il futuro con mano creativa e tutto ciò che è ed è stato diventa per loro un mezzo, uno strumento, un martello. Il loro “sapere” è creare, il loro creare è un legiferare, la loro volontà di verità è una volontà di potenza. (Al di là del bene e del male)

Mi sembra sempre più chiaro che il filosofo, essendo necessariamente una persona del domani e del dopodomani, in ogni epoca è stato e ha avuto bisogno di essere in contrasto con il suo oggi: il suo nemico è sempre stato l’ideale di oggi. Finora, tutti questi straordinari mecenati dell’umanità che si chiamano filosofi… hanno scoperto che il loro compito, il loro duro, indesiderato, innegabile compito (anche se alla fine, la grandezza del loro compito) consisteva nell’essere la cattiva coscienza della loro epoca. Applicando un coltello vivisezionatore direttamente al petto delle virtù dell’epoca, hanno svelato il loro stesso segreto: conoscere una nuova grandezza nell’umanità, una nuova via non percorsa per la grandezza umana. Ogni volta che lo hanno fatto, hanno mostrato quanta ipocrisia e quanta pigrizia, quanto lasciarsi andare e lasciarsi andare, quante bugie si nascondono sotto il tipo più onorato della loro morale attuale, e quanta virtù è superata. Ogni volta hanno detto: “Dobbiamo andare là, là fuori, là dove oggi vi sentite meno a casa”. (Al di là del bene e del male)

Dove dobbiamo quindi rivolgere le nostre speranze? Verso nuovi filosofi; non c’è scelta; verso spiriti abbastanza forti e originali da fornire gli stimoli per valutazioni opposte e per rivalutare e invertire i “valori eterni”; verso precursori, verso uomini del futuro che nel presente stringono il nodo e il vincolo che costringe la volontà dei millenni su nuovi binari. Insegnare all’uomo il futuro dell’uomo come sua volontà, come dipendente da una volontà umana, e preparare grandi imprese e tentativi globali di disciplina e coltivazione per porre fine a quel raccapricciante dominio del nonsenso e dell’accidente che finora è stato chiamato “storia” – il nonsenso del “maggior numero” è solo la sua forma finale: a un certo punto saranno necessari nuovi tipi di filosofi e comandanti, e tutto ciò che è esistito sulla terra di spiriti nascosti, terribili e benevoli, apparirà pallido e nano al confronto. È l’immagine di tali leader che noi prevediamo: posso dirlo ad alta voce, voi spiriti liberi? (Al di là del bene e del male)

L’apprendimento ci trasforma, agisce come tutte le altre forme di nutrimento che non si limitano a “conservare”: come sanno i fisiologi. (Al di là del bene e del male)

Un filosofo: è una persona che sperimenta, vede, sente, sospetta, spera e sogna continuamente cose straordinarie; che è colpita dai suoi stessi pensieri come dall’esterno, dall’alto e dal basso, come dal suo tipo di eventi e fulmini; che forse è lui stesso una tempesta, gravida di nuovi lampi; una persona fatale nelle cui vicinanze le cose rimbombano, ringhiano, si aprono e agiscono sempre in modo inquietante. Un filosofo: oh, un essere che fugge spesso da se stesso, che ha spesso paura di se stesso, – ma troppo curioso per non “tornare” di nuovo – sempre a se stesso. (Al di là del bene e del male)

Solo questo si addice a un filosofo. Non abbiamo diritto ad atti isolati di alcun tipo: non possiamo commettere errori isolati o trovare verità isolate. Piuttosto, le nostre idee, i nostri valori, i nostri sì e i nostri no, i nostri se e i nostri ma, crescono da noi con la necessità con cui un albero porta frutto, e ciascuno con un’affinità con ciascuno, e con l’evidenza di un’unica volontà, di un’unica salute, di un unico suolo, di un unico sole. (Genealogia della morale)

In un caso come questo, imbarazzante per molti versi, la mia opinione è – ed è un caso tipico – che si fa meglio a separare un artista dalla sua opera, non prendendolo sul serio come la sua opera. Egli è, dopo tutto, solo il presupposto della sua opera, il grembo materno, il terreno, a volte lo sterco e il letame su cui cresce, e quindi nella maggior parte dei casi qualcosa che si deve dimenticare se si vuole godere dell’opera stessa. (Genealogia della morale)

Diffido di tutti i sistematizzatori e li evito. La volontà di un sistema è una mancanza di integrità. (Il crepuscolo degli idoli)

Per vivere da soli bisogna essere una bestia o un dio, dice Aristotele. Tralasciando il terzo caso: bisogna essere entrambi, un filosofo (Crepuscolo degli idoli).

Non lasciatevi ingannare: i grandi intelletti sono scettici. Zarathustra è uno scettico. La forza e la libertà che derivano dal potere intellettuale, dalla sovrabbondanza di potere intellettuale, si manifestano come scetticismo. Gli uomini di convinzioni fisse non contano quando si tratta di determinare ciò che è fondamentale nei valori e nella mancanza di valori. Gli uomini di convinzioni sono prigionieri. Non vedono abbastanza lontano, non vedono cosa c’è sotto di loro: mentre un uomo che voglia parlare a tutti i costi di valore e di non-valore deve essere in grado di vedere cinquecento convinzioni sotto di sé e dietro di sé…. Una mente che aspira a grandi cose e che ne vuole i mezzi è necessariamente scettica. La libertà da qualsiasi tipo di convinzione appartiene alla forza e a un punto di vista indipendente (L’Anticristo).

Gli studiosi che al giorno d’oggi non fanno altro che sfogliare libri – i filologi, secondo una stima moderata, sono circa 200 al giorno – finiscono per perdere del tutto la capacità di pensare con la propria testa. Quando non sfogliano, non pensano. Rispondono a uno stimolo (un pensiero che hanno letto) ogni volta che pensano… Alla fine, non fanno altro che reagire. Gli studiosi spendono tutte le loro energie per dire Sì e No, per criticare ciò che gli altri hanno pensato: essi stessi non pensano più. (Ecce Homo)

La mattina presto, al sorgere del giorno, quando tutto è fresco, all’alba delle forze, leggere un libro in un momento simile è semplicemente depravato! (Ecce Homo)

Conosco il mio destino. Un giorno il mio nome sarà associato al ricordo di qualcosa di tremendo: una crisi senza eguali sulla terra, il più profondo scontro di coscienza, una decisione presa contro tutto ciò che era stato creduto, preteso, consacrato fino a quel momento. Non sono un uomo, sono dinamite. (Ecce Homo)

La forza di chi attacca può essere misurata, in un certo senso, dall’opposizione che richiede: ogni crescita è indicata dalla ricerca di un potente avversario – o problema; perché un filosofo bellicoso sfida anche i problemi, in un combattimento singolo. (Ecce Homo)

Chi può respirare l’aria dei miei scritti sa che è un’aria di altura, un’aria forte. Bisogna essere fatti per essa. Altrimenti c’è il rischio non trascurabile di prendere freddo. Il ghiaccio è vicino, la solitudine tremenda, ma con quanta calma tutte le cose stanno nella luce! Come si respira liberamente! Quanto ci si sente sotto di sé! La filosofia, così come l’ho intesa e vissuta finora, significa vivere volontariamente tra i ghiacci e le alte montagne, alla ricerca di tutto ciò che di strano e discutibile esiste, di tutto ciò che finora è stato messo al bando dalla morale. (Ecce Homo)

Nietzsche sulla verità

La convinzione è la convinzione di possedere, in qualche punto della conoscenza, la verità assoluta. Tale convinzione presuppone, quindi, che esistano verità assolute; inoltre, che siano stati trovati i metodi perfetti per raggiungerle; infine, che ogni uomo che ha convinzioni faccia uso di questi metodi perfetti. (Umano, troppo umano)

La prova del piacere. Un’opinione piacevole viene accettata come vera: questa è la prova del piacere (o, come dice la Chiesa, la prova della forza), di cui tutte le religioni vanno tanto fiere, mentre dovrebbero vergognarsi. Se la credenza non ci rendesse felici, non sarebbe creduta: quanto poco deve valere allora! (Umano, fin troppo umano)

Il dolore è conoscenza. Quanto volentieri si scambierebbero le false affermazioni dei sacerdoti – che c’è un Dio che esige da noi il Bene, che è custode e testimone di ogni atto, di ogni momento, di ogni pensiero, che ci ama e vuole il meglio per noi in ogni disgrazia – quanto volentieri si scambierebbero queste affermazioni con verità che sarebbero altrettanto salutari, tranquillizzanti e lenitive di quegli errori! Ma queste verità non esistono; al massimo, la filosofia può opporre a questi errori altre finzioni metafisiche (in fondo anch’esse non vere). Ma la cosa tragica è che non possiamo più credere a quei dogmi della religione e della metafisica, una volta che abbiamo il metodo rigoroso della verità nei nostri cuori e nelle nostre teste, e d’altra parte lo sviluppo dell’umanità ci ha reso così delicati, sensibili e malati da aver bisogno delle cure e dei conforti più potenti: da qui il pericolo che l’uomo possa morire dissanguato dalla verità che ha riconosciuto. Byron lo ha espresso nei suoi versi immortali: Il dolore è conoscenza: chi sa di più deve piangere più profondamente sulla fatale verità, l’albero della conoscenza non è quello della vita. (Umano, fin troppo umano)

Inoltre, se un’opinione ci rende felici, deve essere vera; se il suo effetto è buono, deve essere di per sé buona e vera. Qui si attribuisce all’effetto il predicato “rallegrare”, “buono”, nel senso di utile, e si fornisce alla causa lo stesso predicato “buono”, ma ora nel senso di logicamente valido. L’inversione della proposizione è: se una cosa non può prevalere e mantenersi, deve essere sbagliata; se un’opinione tortura e agita, deve essere falsa. Lo spirito libero, che conosce fin troppo bene l’errore di questo tipo di deduzione e deve subirne le conseguenze, cede spesso alla tentazione di fare deduzioni contrarie, che in generale sono naturalmente altrettanto false: se una cosa non può prevalere, deve essere buona; se un’opinione turba e agita, deve essere vera. (Umano, Fin troppo umano)

Intuizione di base. Non esiste un’armonia prestabilita tra la promozione della verità e il bene dell’umanità. (Umano, Troppo umano)

La maggior parte degli uomini tollera la vita senza brontolare troppo e crede così nel valore dell’esistenza, ma proprio perché ognuno vuole se stesso da solo e si fa valere da solo, e non esce da se stesso come fanno gli uomini eccezionali, tutto ciò che è extrapersonale sfugge completamente alla sua attenzione, o sembra al massimo una debole ombra. Così il valore della vita per l’uomo ordinario e quotidiano si basa solo sul fatto che egli si considera più importante del mondo. La grande mancanza di fantasia di cui soffre gli impedisce di immedesimarsi negli altri esseri, e quindi partecipa il meno possibile alle loro vicissitudini e sofferenze. D’altra parte, chi fosse veramente in grado di parteciparvi dovrebbe disperare del valore della vita; se riuscisse a cogliere e a sentire in sé la coscienza complessiva dell’umanità, crollerebbe con una maledizione contro l’esistenza: l’umanità, nel suo insieme, non ha obiettivi e di conseguenza, considerando l’intera vicenda, l’uomo non può trovare in essa il suo conforto e il suo sostegno, ma piuttosto la sua disperazione. (Umano, fin troppo umano)

La convinzione è la convinzione che in qualche punto della conoscenza si possieda la verità assoluta. Tale convinzione presuppone, quindi, che le verità assolute esistano; inoltre, che siano stati trovati i metodi perfetti per raggiungerle; infine, che ogni uomo che ha convinzioni faccia uso di questi metodi perfetti. Tutte e tre le affermazioni dimostrano subito che l’uomo delle convinzioni non è l’uomo del pensiero scientifico; egli si trova davanti a noi ancora nell’età dell’innocenza teorica, un bambino, anche se altrimenti potrebbe essere adulto. Ma per migliaia di anni gli uomini hanno vissuto in queste ipotesi infantili, e da esse sono scaturite le più potenti fonti di potere dell’umanità. Le innumerevoli persone che si sono sacrificate per le loro convinzioni pensavano di farlo per la verità assoluta. Tutti loro si sbagliavano: probabilmente nessun uomo si è mai sacrificato per la verità… Non è la lotta delle opinioni che ha reso la storia così violenta, ma piuttosto la lotta della fede nelle opinioni, cioè la lotta delle convinzioni. Se tutte le persone che tengono così tanto alle loro convinzioni, che hanno sacrificato ogni sorta di cose per esse e non hanno risparmiato né l’onore, né il corpo, né la vita per servirle, avessero dedicato solo metà delle loro forze a indagare in base a quale diritto si sono aggrappate a questa o a quella convinzione, come ci sono arrivate, allora come apparirebbe pacifica la storia dell’umanità! Quante cose si saprebbero in più! (Umano, fin troppo umano)

Quello che oggi chiamiamo mondo è il risultato di una serie di errori e di fantasie, che sono nati gradualmente nello sviluppo complessivo degli esseri organici, fondendosi gli uni con gli altri, e che ora ci sono stati tramandati come un tesoro raccolto di tutto il nostro passato – un tesoro: perché su di esso poggia il valore della nostra umanità. (Human, All too Human)

Tutta la vita umana è affondata nella falsità; l’individuo non può tirarla fuori da questo pozzo senza irritarsi profondamente con tutto il suo passato, senza trovare insensati i suoi motivi attuali (come l’onore) e senza opporre disprezzo e sdegno alle passioni che lo spingono verso il futuro e verso la felicità in esso. Se questo è vero, rimane solo un modo di pensare, con la disperazione come fine personale e una filosofia della distruzione come fine teorico? Credo che sia il temperamento dell’uomo a determinare i postumi della conoscenza; anche se i postumi sopra descritti sono possibili in alcune nature, potrei benissimo immaginarne una diversa, che darebbe luogo a una vita molto più semplice, più libera da affetti di quella attuale. (Umano, fin troppo umano)

Nemici della verità . Le convinzioni sono nemici della verità più pericolosi delle bugie. (Umano, Tutto troppo umano)

Inebriato dalla fragranza dei fiori. Si pensa che la nave dell’umanità abbia un pescaggio tanto maggiore quanto più è carica; si ritiene che quanto più l’uomo pensa in profondità, tanto più delicati sono i suoi sentimenti; quanto più si considera elevato, quanto più si distanzia dagli altri animali (tanto più appare come il genio tra gli animali), tanto più si avvicinerà alla vera essenza del mondo e alla sua conoscenza. Questo lo fa attraverso la scienza, ma pensa di farlo di più attraverso le sue religioni e le sue arti. Queste sono, certo, un fiore della civiltà, ma non sono affatto più vicine alla radice del mondo di quanto non lo sia il suo stelo. Non si comprende l’essenza delle cose attraverso l’arte e la religione, anche se quasi tutti sono di questa opinione. L’errore ha reso l’uomo così profondo, delicato, inventivo da far nascere fiori come le religioni e le arti. La pura conoscenza non ne sarebbe stata capace. Chiunque ci rivelasse l’essenza del mondo, ci deluderebbe tutti in modo spiacevole. Non è il mondo come cosa in sé, ma il mondo come idea (come errore) a essere così ricco di significato, profondo, meraviglioso, gravido di felicità e infelicità. Questa conclusione porta a una filosofia della negazione logica del mondo, che, tra l’altro, può essere combinata altrettanto bene con un’affermazione pratica del mondo che con il suo contrario. (Human, All too Human)

La verità in sé non è affatto un potere, nonostante tutto ciò che i razionalisti adulatori sono soliti dire al contrario. La verità deve attirare il potere dalla sua parte, oppure schierarsi con il potere, altrimenti perirà sempre. Questo è già stato sufficientemente dimostrato, e più che sufficientemente! (L’alba)

Anche se fossimo così folli da considerare tutte le nostre opinioni come verità, non dovremmo comunque desiderare che esistano solo quelle. Non vedo perché dovremmo chiedere l’autocrazia e l’onnipotenza della verità: mi basta sapere che è un grande potere. La verità, tuttavia, deve incontrare l’opposizione ed essere in grado di combattere, e noi dobbiamo essere in grado di riposare a volte nella falsità, altrimenti la verità diventerà stancante, impotente e insipida, e ci renderà ugualmente tali. (L’alba)

Quanti sono coloro che ancora giungono alla conclusione: “La vita sarebbe intollerabile se non ci fosse Dio! “O, come si dice nei circoli idealisti: “La vita sarebbe intollerabile se mancasse il suo significato etico”. Quindi ci deve essere un Dio o un significato etico dell’esistenza! In realtà le cose stanno così: Chi è abituato a questo tipo di concezioni non desidera una vita senza di esse, quindi queste concezioni sono necessarie per lui e per la sua conservazione, ma che presunzione è affermare che tutto ciò che è necessario per la mia conservazione deve esistere nella realtà. Come se la mia conservazione fosse davvero necessaria! E se altri fossero di parere contrario? Se non si preoccupassero di vivere alle condizioni di questi due articoli di fede e non considerassero la vita degna di essere vissuta se si realizzassero! E questa è la situazione attuale. (L’Alba)

Imponetevi la regola di non nascondere mai a voi stessi nulla che possa essere ritenuto contrario ai vostri pensieri. Fatene voto! Questo è il requisito essenziale del pensiero onesto. Dovete intraprendere ogni giorno questa campagna contro voi stessi. La vittoria e la posizione conquistata non sono più una vostra preoccupazione, ma lo sono anche la verità e la vostra sconfitta. (L’alba)

Forse nessuno è ancora stato abbastanza sincero su cosa sia la “veridicità”. (Al di là del bene e del male)

A poco a poco mi è diventato chiaro ciò che ogni grande filosofia è stata finora: cioè la confessione personale del suo autore e una sorta di memoriale involontario e inconsapevole. (Al di là del bene e del male)

Ma questa è una storia antica, eterna: ciò che è accaduto in passato con gli stoici accade anche oggi, non appena una filosofia comincia a credere in se stessa. Essa crea sempre il mondo a sua immagine e somiglianza; non può fare altrimenti. La filosofia è questa stessa pulsione tirannica, la più spirituale volontà di potenza, la “creazione del mondo”. (Al di là del bene e del male)

Ciò che spinge a guardare tutti i filosofi in modo per metà sospettoso, per metà beffardo, non è che si scopra sempre di nuovo quanto siano innocenti – quanto spesso e quanto facilmente commettano errori e vadano fuori strada; in breve, la loro infantilità e puerilità – ma che non sono abbastanza onesti nel loro lavoro, sebbene tutti facciano un sacco di rumore virtuoso quando il problema della veridicità viene toccato anche solo lontanamente. Si atteggiano tutti come se avessero scoperto e raggiunto le loro vere opinioni attraverso l’autosviluppo di una dialettica fredda, pura, divinamente indifferente (in contrapposizione ai mistici di ogni rango, che sono più onesti e ottusi – e parlano di “ispirazione”); mentre in fondo si tratta di una supposizione, di un’intuizione, anzi di una specie di “ispirazione” – il più delle volte un desiderio del cuore filtrato e reso astratto – che difendono con ragioni che hanno cercato a posteriori. Sono tutti sostenitori che si risentono di questo nome, e per lo più anche astuti portavoce dei loro pregiudizi che battezzano “verità” (Al di là del bene e del male).

Non è altro che un pregiudizio morale che la verità valga più della mera apparenza; è addirittura la peggiore supposizione dimostrata che esista al mondo. (Al di là del bene e del male)

Qualunque sia il punto di vista filosofico che si può adottare oggi, da ogni punto di vista l’erroneità del mondo in cui pensiamo di vivere è il fatto più sicuro e più fermo su cui possiamo posare lo sguardo. (Al di là del bene e del male)

La volontà di verità che ci tenterà ancora in molte imprese, quella famosa veridicità di cui tutti i filosofi hanno parlato finora con rispetto, quali domande non ci ha posto questa volontà di verità! Che domande strane, malvagie, discutibili… Chi è che ci pone davvero delle domande? Cosa c’è in noi che vuole davvero la “verità”? In effetti, ci siamo fermati a lungo alla domanda sulla causa di questa volontà, finché non ci siamo fermati completamente davanti a una domanda ancora più fondamentale. Ci siamo chiesti quale sia il valore di questa volontà. Supponiamo di volere la verità: perché non piuttosto la falsità, l’incertezza e persino l’ignoranza? (Al di là del bene e del male)

Qualcosa può essere vero pur essendo dannoso e pericoloso al massimo grado. In effetti, potrebbe essere una caratteristica fondamentale dell’esistenza che coloro che la conoscessero completamente morirebbero, nel qual caso la forza di uno spirito dovrebbe essere misurata in base a quanta “verità” si potrebbe ancora a malapena sopportare o, per dirla in modo più chiaro, fino a che punto si richiederebbe di assottigliarla, ammantarla, addolcirla, smussarla, falsificarla. Ma non c’è dubbio che i malvagi e gli infelici siano più favoriti quando si tratta di scoprire certe parti della verità, e che le probabilità di successo siano maggiori. (Al di là del bene e del male)

In effetti, cosa ci spinge a supporre che esista un’opposizione essenziale tra “vero” e “falso”? Non è forse sufficiente ipotizzare gradi di apparenza e, per così dire, ombre più chiare e più scure e sfumature di apparenza – “valori” diversi, per usare il linguaggio dei pittori? Perché il mondo che ci riguarda non potrebbe essere una finzione? E se qualcuno chiedesse: “Ma a una finzione appartiene sicuramente un autore?”, non si potrebbe rispondere semplicemente: perché? Questo “appartiene” non appartiene forse anche alla finzione? (Al di là del bene e del male)

La falsità di un giudizio non è per noi necessariamente un’obiezione a un giudizio; a questo proposito il nostro nuovo linguaggio può sembrare più strano. La questione è fino a che punto essa promuove la vita, preserva la vita, preserva la specie, forse persino coltiva la specie… Riconoscere la falsità come condizione di vita significa certamente resistere in modo pericoloso ai sentimenti di valore abituali; e una filosofia che rischiasse questo si porrebbe da sola al di là del bene e del male. (Al di là del bene e del male)

Quali sono, in definitiva, le verità dell’uomo? Solo i suoi errori inconfutabili. (La gaia scienza)

Così la conoscenza divenne un pezzo della vita stessa, e quindi un potere in continua crescita – finché alla fine la conoscenza si scontrò con quegli errori fondamentali primordiali: due vite, due poteri, entrambi nello stesso essere umano. Il pensatore è ora quell’essere in cui l’impulso alla verità e quegli errori che preservano la vita si scontrano per la prima volta, dopo che l’impulso alla verità ha dimostrato di essere anche un potere che preserva la vita. Rispetto all’importanza di questa lotta, tutto il resto è indifferente: qui è stata posta la domanda definitiva sulle condizioni della vita e ci troviamo di fronte al primo tentativo di risposta sperimentale. Fino a che punto la verità può sopportare l’incorporazione? Questa è la domanda, questo è l’esperimento. (La scienza gay)

Per immensi periodi di tempo l’intelletto non ha prodotto altro che errori. Alcuni di questi si sono rivelati utili e hanno contribuito a preservare la specie: coloro che li hanno scoperti o ereditati hanno avuto più fortuna nella lotta per se stessi e per la propria progenie. (La scienza gay)

La prova del “piacere” è una prova del “piacere”, niente di più; perché mai si dovrebbe supporre che i giudizi veri diano più piacere di quelli falsi e che, in conformità con una qualche armonia prestabilita, portino necessariamente con sé sentimenti piacevoli? L’uomo ha dovuto lottare per ogni atomo di verità e ha dovuto pagare per essa quasi tutto ciò a cui il cuore, l’amore umano, la fiducia umana si aggrappano. Per questa impresa è necessaria la grandezza d’animo: il servizio della verità è il più difficile di tutti i servizi. (L’Anticristo)

È passato un bel po’ di tempo da quando ho proposto per la prima volta la domanda se le convinzioni non siano nemiche della verità ancora più pericolose delle menzogne. Questa volta desidero porre la questione in modo definitivo: c’è una differenza effettiva tra una menzogna e una convinzione? Tutto il mondo crede che ci sia; ma ciò che non è creduto da tutto il mondo! (L’Anticristo)

La volontà di verità richiede una critica – definiamo così il nostro compito – il valore della verità deve essere per una volta messo sperimentalmente in discussione. (Genealogia della morale)

L’uomo veritiero, nel senso audace e ultimo presupposto dalla fede nella scienza, afferma così un altro mondo rispetto a quello della vita, della natura e della storia; e nella misura in cui afferma questo “altro mondo”, non significa forse che deve negare la sua antitesi, questo mondo, il nostro mondo? … È ancora una fede metafisica quella che sta alla base della nostra fede nella scienza – e noi uomini di conoscenza di oggi, noi uomini senza Dio e antimetafisici, anche noi deriviamo ancora la nostra fiamma dal fuoco acceso da una fede millenaria, la fede cristiana, che era anche quella di Platone, che Dio è verità, che la verità è divina. -Ma se questa fede diventasse sempre più incredibile, se nulla risultasse più divino se non l’errore, la cecità, la menzogna, se Dio stesso risultasse la nostra più lunga menzogna? (Genealogia della morale)

“Volontà di verità”, voi che siete più saggi chiamate ciò che vi spinge e vi riempie di brama? Volontà di pensabilità di tutti gli esseri: questa la chiamo la vostra volontà. Volete rendere pensabile tutto l’essere, perché dubitate con fondato sospetto che sia già pensabile. Ma esso dovrà cedere e piegarsi per voi. Così vuole la vostra volontà. Diventerà liscia e servirà lo spirito come suo specchio e riflesso. Questa è tutta la vostra volontà, voi che siete i più saggi: una volontà di potenza – anche quando parlate di bene e di male, e di valutazioni. Volete ancora creare il mondo davanti al quale inginocchiarvi: questa è la vostra speranza ed ebbrezza finale. (Così parlò Zarathustra)

Il mondo “apparente” è l’unico: il mondo “vero” è solo aggiunto da una menzogna. (Il crepuscolo degli idoli)

Quanta verità sopporta uno spirito, quanta verità osa? Sempre di più questa è diventata per me la vera misura del valore. L’errore non è cecità, l’errore è codardia. Ogni conquista, ogni passo avanti nella conoscenza, deriva dal coraggio, dalla durezza contro se stessi, dalla pulizia in relazione a se stessi. Non confuto gli ideali, mi limito a mettere i guanti davanti a loro. (Ecce Homo)

Conformismo

“Sono appassionato dell’indipendenza; sacrifico tutto per essa… E sono torturato dai lacci più piccoli più di quanto gli altri lo siano dalle catene”.

L’uomo che non vuole appartenere alla massa deve solo smettere di essere a suo agio con se stesso; deve seguire la sua coscienza che gli grida: “Sii te stesso! Non sei veramente tutto ciò che fai, pensi e desideri ora”. (Meditazioni inattuali III)

A un viaggiatore che aveva visto molti paesi, popoli e diversi continenti della terra fu chiesto quale attributo avesse trovato negli uomini di tutto il mondo. Rispose: “Hanno una propensione alla pigrizia”. Per altri, sembra che avrebbe dovuto dire: “Sono tutti timorosi. Si nascondono dietro i costumi e le opinioni”. In cuor suo ogni uomo sa bene che, essendo unico, sarà al mondo una sola volta e che non ci sarà una seconda possibilità per la sua unicità di riunirsi dall’assortimento stranamente variegato che è: lo sa ma lo nasconde come una cattiva coscienza – perché? Per paura del prossimo, che esige il conformismo e se ne ammanta. Ma cos’è che costringe l’individuo a temere il prossimo, a pensare e ad agire come un membro di un branco e a non avere gioia in se stesso? La modestia, forse, in qualche raro caso. Per la maggioranza è l’ozio, l’inerzia, insomma quella propensione alla pigrizia di cui parlava il viaggiatore. Ha ragione: gli uomini sono ancora più pigri che paurosi, e temono soprattutto il fastidio gravoso dell’onestà e della nudità assoluta. (Meditazioni intempestive III)

Quando il grande pensatore disprezza gli esseri umani, disprezza la loro pigrizia: perché è a causa della loro pigrizia che gli uomini sembrano dei manufatti, poco importanti e indegni. (Meditazioni intempestive III)

Dove ci sono state società potenti, governi, religioni, opinioni pubbliche, insomma dove c’è stata tirannia, lì il filosofo solitario è stato odiato; perché la filosofia offre all’uomo un asilo in cui nessuna tirannia può entrare con la forza, la grotta interiore, il labirinto del cuore: e questo infastidisce i tiranni. (Meditazioni intempestive III)

La storia ci insegna che si mantiene meglio quella parte di un popolo i cui membri condividono generalmente uno spirito pubblico vitale, dovuto alla somiglianza dei loro principi di lunga data e incontrovertibili, cioè della loro fede comune. Nel loro caso, la buona e sana consuetudine li rafforza; viene insegnato loro a subordinare l’individuo e il loro carattere viene reso solido, prima innatamente e poi attraverso l’educazione. Il pericolo in queste comunità forti, fondate su singoli membri simili e saldi, è una crescente stupidità ereditata, che segue come un’ombra ogni stabilità. In tali comunità, il progresso spirituale dipende da quegli individui che sono meno vincolati, molto meno sicuri e moralmente più deboli; sono uomini che provano cose nuove, e molte cose diverse. (Umano, fin troppo umano)

Chi procede per la propria strada non incontra nessuno: questa è la caratteristica della “propria strada”. Nessuno viene ad aiutarlo nel suo compito: deve affrontare tutto da solo – il pericolo, la sfortuna, la malvagità, le intemperie. Va per la sua strada e, com’è giusto che sia, si scontra con l’amarezza e l’irritazione occasionale perché persegue questa “strada”. (L’alba)

Tutte le azioni possono essere ricondotte a valutazioni, e tutte le valutazioni sono proprie o adottate, e queste ultime sono di gran lunga le più numerose. Perché le adottiamo? Per paura, cioè riteniamo più opportuno fingere che siano nostre, e ci abituiamo così bene a farlo che alla fine diventa una seconda natura per noi. Una valutazione propria, cioè l’apprezzamento di una cosa in base al piacere o al dispiacere che provoca a noi e a nessun altro, è qualcosa di molto raro! (L’alba)

Un giovane può essere sicuramente corrotto quando gli viene insegnato a dare più valore a chi ha una mentalità simile che a chi ha una mentalità diversa. (L’alba)

“Questa è la mia via; dov’è la tua?” – così rispondevo a chi mi chiedeva “la via”. Perché la via non esiste. (La gaia scienza)

L’educazione procede sempre in questo modo: cerca, con una serie di allettamenti e vantaggi, di determinare l’individuo a un certo modo di pensare e di agire che, quando è diventato abitudine, impulso e passione, governa in lui e su di lui, in opposizione al suo vantaggio finale, ma “per il bene generale”. (La gaia scienza)

È sufficiente che la sua vita sia giusta ai suoi occhi e che mantenga il suo diritto, quella vita che chiama ciascuno di noi: “Sii un uomo e non seguire me, ma te stesso! Te stesso!”. Anche la nostra vita deve mantenersi giusta ai nostri occhi! Anche noi dobbiamo crescere e sbocciare da noi stessi, liberi e senza paura, in un egoismo innocente! (La scienza gay)

“Chi cerca, facilmente si perde. Tutta la solitudine è colpa”: così parla il branco. E voi fate parte del branco da molto tempo. La voce del branco sarà ancora udibile in voi. E quando direte: “Non ho più una coscienza comune con voi”, sarà un lamento e un’agonia. Ecco, questa stessa agonia è nata dalla coscienza comune, e l’ultimo barlume di quella coscienza brilla ancora sulla vostra afflizione. Ma vuoi seguire la via della tua afflizione, che è la via verso te stesso? Allora mostrami il tuo diritto e la tua forza di farlo. Sei una nuova forza e un nuovo diritto? Un primo movimento? Una ruota semovente? Puoi costringere le stelle stesse a girare intorno a te? (Così parlò Zarathustra)

Ma ovunque abbia trovato i viventi, ho sentito anche il discorso sull’obbedienza. Ciò che vive, obbedisce. E questo è il secondo punto: chi non può obbedire a se stesso viene comandato. Questa è la natura del vivente. (Così parlò Zarathustra)

Poi mi parlò di nuovo senza voce: “Che ne sai tu? La rugiada cade sull’erba quando la notte è più silenziosa”. E io risposi: “Si sono presi gioco di me quando ho trovato e preso la mia strada; e in verità allora i miei piedi tremavano”. E così mi parlarono: “Hai dimenticato la strada, ora hai anche dimenticato come si cammina”. “Poi mi parlò di nuovo senza voce: “Che importa il loro scherno? Tu sei uno che ha dimenticato come obbedire: ora comanderai. Non sai chi è più necessario per tutti? Colui che comanda grandi cose… Questo è ciò che è più imperdonabile in te: hai il potere e non vuoi comandare”. E io risposi: “Mi manca la voce del leone per comandare”. Poi mi parlò di nuovo come un sussurro: “Sono le parole più tranquille a scatenare la tempesta. I pensieri che arrivano su piedi di colomba guidano il mondo”. (La gaia scienza)

Per loro la virtù è quella che rende modesti e mansueti: con essa hanno trasformato il lupo in un cane e l’uomo stesso nel miglior animale domestico dell’uomo. (Così parlò Zarathustra)

Da quando esistono gli uomini, esistono anche le mandrie di persone (gruppi razziali, comunità, tribù, popoli, stati, chiese), e un numero molto elevato di persone che obbediscono rispetto a un numero relativamente basso di persone che comandano. Quindi, considerando che l’umanità è stata finora il terreno migliore e più longevo per la coltivazione dell’obbedienza, è ragionevole supporre che la persona media abbia un bisogno innato di obbedire come una sorta di coscienza formale che comanda: “Devi incondizionatamente fare qualcosa, incondizionatamente non fare qualcosa”, in breve: “Devi”. Questo bisogno cerca di soddisfare se stesso e di dare un contenuto alla sua forma, quindi, come un appetito rozzo, si aggrappa indiscriminatamente e accetta qualsiasi cosa gli venga urlata all’orecchio da un comandante o da un altro – un genitore, un insegnante, la legge, il pregiudizio di classe, l’opinione pubblica – a seconda della sua forza, impazienza e tensione. (Al di là del bene e del male)

Da parte sua, l’uomo del branco dell’Europa di oggi si dà l’aria di essere l’unico tipo di uomo ammissibile e glorifica quelle caratteristiche che lo rendono mansueto, accomodante e utile al branco come le vere virtù umane, ossia: spirito pubblico, buona volontà, considerazione, industria, moderazione, modestia, clemenza e pietà. (Al di là del bene e del male)

La totale degenerazione dell’umanità fino a quello che gli sciocchi e gli idioti socialisti di oggi vedono come il loro “uomo del futuro”, come il loro ideale! – Questa degenerazione e diminuzione dell’umanità nel perfetto animale da branco (o, come dicono loro, nell’uomo in una “società libera”), questo processo brutalizzante di trasformazione dell’umanità in piccoli animali stentati con uguali diritti e uguali pretese è senza dubbio possibile! (Al di là del bene e del male)

Perché le cose stanno così: la diminuzione e il livellamento dell’uomo europeo costituiscono il nostro più grande pericolo, perché la sua vista ci stanca… Non vediamo nulla oggi che voglia diventare più grande, sospettiamo che le cose continueranno a scendere, a scendere, a diventare più magre, più bonarie, più prudenti, più comode, più mediocri, più indifferenti… Non c’è dubbio che l’uomo sta diventando “migliore” in continuazione. Proprio qui sta la fatalità dell’Europa: insieme alla paura dell’uomo abbiamo perso anche il suo amore, la sua riverenza, le sue speranze, persino la sua volontà. La vista dell’uomo ci rende ormai stanchi – che cos’è oggi il nichilismo se non questo? Siamo stanchi dell’uomo. (Genealogia della morale)

Tutti i malati e i malaticci cercano istintivamente un’organizzazione in branco come mezzo per scrollarsi di dosso il malumore e la sensazione di debolezza… Perché non si deve trascurare questo fatto: i forti sono naturalmente portati a separarsi come i deboli a riunirsi. (Genealogia della morale)

Il valore della sofferenza

Anche Meister Eckhart sa: “La bestia che ti porta più velocemente alla perfezione è la sofferenza”. (Meditazioni intempestive III)

Ma essere dotati o essere costretti sono parole spregevoli che permettono di ignorare un ammonimento interiore, cioè sul grande uomo; egli meno di tutti si lascia regalare o costringere – sa bene come ogni piccolo uomo come prendere la vita con facilità e quanto sia morbido il letto su cui potrebbe sdraiarsi se il suo atteggiamento verso se stesso e i suoi simili fosse quello della maggioranza: perché l’obiettivo di tutte le disposizioni umane è, attraverso la distrazione dei pensieri, cessare di essere consapevoli della vita. Perché desidera l’opposto, cioè essere consapevole proprio della vita, cioè soffrire della vita, così fortemente? Perché si rende conto che rischia di essere ingannato da se stesso e che esiste una sorta di accordo per rapirlo dalla sua stessa caverna. Allora si rialza, drizza le orecchie e decide: “Rimarrò il mio!”. È una decisione terribile; solo a poco a poco se ne rende conto. Perché ora dovrà scendere nelle profondità dell’esistenza con una serie di domande curiose sulle labbra: perché vivo? Quale lezione devo imparare dalla vita? Come sono diventato ciò che sono e perché soffro per essere ciò che sono? Si tormenta, e vede come nessun altro faccia come lui, ma come le mani dei suoi simili siano invece appassionatamente tese verso gli eventi fantastici rappresentati nel teatro della politica, o come si pavoneggino in cento mascherate, come giovani, uomini, brizzolati, padri, cittadini, preti, funzionari, mercanti, attenti solo alla loro commedia e per nulla a se stessi. Alla domanda: “A che scopo vivete?”, tutti risponderebbero subito con orgoglio: “Per diventare un buon cittadino, o uno studioso, o un uomo di Stato” – eppure sono qualcosa che non potrà mai diventare qualcos’altro, e perché sono proprio questo? E non, ahimè, qualcosa di meglio? (Meditazioni intempestive III)

Qualcosa di simile accade anche nell’individuo. Raramente c’è una degenerazione, un troncamento, o anche un vizio o una qualsiasi perdita fisica o morale senza un vantaggio da qualche altra parte. (Umano, fin troppo umano)

Lo stato di uomini malati che hanno sofferto a lungo e terribilmente per le torture inflitte loro dalla malattia, e la cui ragione non è stata tuttavia in alcun modo intaccata, non è privo di un certo valore nella nostra ricerca della conoscenza, a prescindere dai benefici intellettuali che seguono a ogni profonda solitudine e a ogni improvvisa e giustificata liberazione da doveri e abitudini. L’uomo che soffre gravemente guarda con terribile calma dal suo stato di sofferenza alle cose esterne: tutti quei piccoli incantesimi bugiardi, da cui le cose sono solitamente circondate quando sono viste attraverso l’occhio di una persona sana, sono scomparsi dal sofferente. (L’alba)

Vi rifiutate di essere insoddisfatti di voi stessi o di soffrire di voi stessi, e questa la chiamate la vostra tendenza morale! Molto bene; un altro potrebbe forse chiamarla vigliaccheria! Una cosa, però, è certa: non farete mai il giro del mondo (e voi stessi siete questo mondo), e rimarrete sempre un incidente e una zolla sulla faccia della terra! Pensate forse che noi, che abbiamo opinioni diverse dalle vostre, ci stiamo esponendo per pura follia al viaggio attraverso i nostri deserti, le nostre paludi e i nostri ghiacciai, e che stiamo scegliendo volontariamente il dolore e il disgusto per noi stessi…? (L’alba)

L’obiettivo della scienza: cosa? Lo scopo ultimo della scienza è creare il maggior piacere possibile per l’uomo e il minor dolore possibile? E se il piacere e il dolore fossero così strettamente connessi che chi vuole la massima quantità possibile dell’uno deve avere anche la massima quantità possibile dell’altro?

Anche al momento avete ancora la scelta: o il minor dolore possibile, in breve l’assenza di dolore – e dopo tutto, i socialisti e i politici di tutti i partiti non potrebbero onorevolmente promettere di più al loro popolo – o la maggior quantità possibile di dolore, come prezzo della crescita di una pienezza di raffinati piaceri e godimenti raramente assaggiati fino ad ora! Se si decide per la prima ipotesi, se quindi si vuole deprimere e ridurre al minimo la capacità dell’uomo di provare dolore, allora bisogna anche deprimere e ridurre al minimo la sua capacità di provare piacere (The Gay Science)

Il veleno con cui si distrugge la natura più debole è rafforzativo per l’individuo forte – e lui non lo chiama veleno. (La scienza gay)

In effetti, dal profondo della mia anima sono grato a tutte le mie miserie e malattie, e a tutto ciò che è imperfetto in me, perché queste cose mi lasciano cento porte secondarie attraverso le quali posso sfuggire alle abitudini permanenti. (La gaia scienza)

Saggezza nel dolore.- Nel dolore c’è tanta saggezza quanto nel piacere: come quest’ultimo è uno dei migliori autoconservatori di una specie. Se non fosse così, il dolore sarebbe stato eliminato da tempo; il fatto che sia dannoso non è un argomento contro di esso, perché essere dannoso è la sua stessa essenza. Nel dolore sento il richiamo del capitano della nave: “Salpate!”. “L’uomo, l’audace uomo di mare, deve aver imparato a spiegare le sue vele in mille modi diversi, altrimenti non avrebbe potuto navigare a lungo, perché l’oceano lo avrebbe presto inghiottito. (The Gay Sciene)

C’è una necessità personale per le disgrazie; che il terrore, la mancanza, l’impoverimento, le veglie di mezzanotte, le avventure, i rischi e gli errori sono necessari a me e a voi quanto i loro opposti… per parlare misticamente, la strada verso il proprio paradiso conduce sempre attraverso la voluttà del proprio inferno. (La scienza gay)

Ah, quanto poco conoscete la felicità dell’uomo, voi agiati e bonari!!!-perché felicità e disgrazia sono fratello e sorella, e gemelli, che crescono alti insieme, o, come voi, restano piccoli insieme! (La gaia scienza)

Vi dico: bisogna avere ancora il caos in sé per poter far nascere una stella danzante. Vi dico: voi avete ancora il caos in voi stessi. Ahimè, sta arrivando il tempo in cui l’uomo non partorirà più una stella. Ahimè, sta arrivando il tempo dell’uomo più spregevole, colui che non è più in grado di disprezzare se stesso. Ecco, vi mostro l’ultimo uomo. (Così parlò Zarathustra)

Ma è per l’uomo come per l’albero. Quanto più aspira all’altezza e alla luce, tanto più le sue radici si spingono verso la terra, verso il basso, verso il buio, verso il profondo, verso il male. (Così parlò Zarathustra)

Dovreste avere occhi che cercano sempre un nemico, il vostro nemico. E alcuni di voi odiano a prima vista. Il vostro nemico lo cercherete, la vostra guerra la farete per i vostri pensieri. E se il vostro pensiero è sconfitto, la vostra onestà dovrebbe comunque trovare motivo di trionfo in questo. Dovete amare la pace come mezzo per nuove guerre, e la pace breve più di quella lunga. A voi non consiglio il lavoro ma la lotta. A voi non raccomando la pace, ma la vittoria. Che il vostro lavoro sia una lotta. Che la vostra pace sia una vittoria! (Così parlò Zarathustra)

Ma il peggior nemico che puoi incontrare sarai sempre tu, te stesso; sei in agguato nelle caverne e nei boschi. Solitario, stai andando verso te stesso. E la tua strada conduce oltre te stesso e i tuoi sette diavoli. Sarai un eretico per te stesso e una strega e un indovino e uno sciocco e un dubbioso e un empio e un cattivo. Devi desiderare di consumarti nella tua stessa fiamma: come potresti desiderare di diventare nuovo se prima non fossi diventato cenere! Solitario, stai seguendo la via del creatore: vorresti creare un dio per te stesso con i tuoi sette diavoli. Solitario, stai seguendo la strada dell’amante: ami te stesso, e quindi ti disprezzi, come solo gli amanti disprezzano. L’amante creerebbe perché disprezza. Che ne sa dell’amore chi non ha dovuto disprezzare proprio ciò che amava! Vai nella tua solitudine con il tuo amore e con la tua creazione, fratello mio; e solo molto più tardi la giustizia zoppicherà dietro di te. Con le mie lacrime entra nella tua solitudine, fratello mio. Io amo colui che vuole creare oltre se stesso e così perisce. (Così parlò Zarathustra)

La creazione è la grande redenzione dalla sofferenza e la luce crescente della vita. Ma affinché il creatore possa essere, è necessario soffrire e cambiare molto. In effetti, nella vostra vita ci devono essere molte morti amare, voi creatori. Così siete fautori e giustificatori di tutta l’impermanenza. (Così parlò Zarathustra)

La statua giaceva nel fango del vostro disprezzo; ma proprio questa è la sua legge, che dal disprezzo le ritorna la vita e la bellezza vivente. Risorge con sembianze più divine, seducenti grazie alla sofferenza; e in verità vi ringrazierà ancora per averla abbattuta, o voi rovesciatori. Questo consiglio, invece, lo do ai re, alle chiese e a tutto ciò che è debole con l’età e debole nella virtù: lasciatevi abbattere, così che possiate tornare alla vita e la virtù torni a voi. (Così parlò Zarathustra)

A voi devo ora scendere! Mi trovo davanti alla mia montagna più alta e al mio più lungo vagabondaggio; a tal fine devo prima scendere più in basso di quanto non sia mai sceso – più in basso nel dolore di quanto non sia mai sceso, giù nel suo diluvio più nero. Così vuole il mio destino. Ebbene, sono pronto. Da dove vengono le montagne più alte? Mi chiesi una volta. Poi ho saputo che sono uscite dal mare. La prova è scritta nelle loro rocce e nelle pareti delle loro cime. È dalla più profonda profondità che la più alta deve raggiungere la sua altezza. (Così parlò Zarathustra)

Le grandi epoche della nostra vita arrivano quando troviamo il coraggio di riconoscere i nostri mali come ciò che di meglio c’è in noi. (Al di là del bene e del male)

La disciplina della sofferenza, della grande sofferenza – non sapete che questa disciplina è stata l’unica causa di ogni miglioramento dell’umanità fino ad oggi? La tensione che dà forza all’anima infelice, il suo sussulto alla vista di una grande distruzione, l’inventiva e il coraggio nel sopportare, sopravvivere, interpretare e sfruttare l’infelicità, e qualsiasi profondità, segretezza, qualsiasi maschera, spirito, astuzia, grandezza le siano stati dati: non sono forse questi i doni della sofferenza, del discepolo della grande sofferenza? (Al di là del bene e del male)

Quanto si è in grado di sopportare: angoscia, mancanza, maltempo, malattia, fatica, solitudine. Fondamentalmente si può sopportare tutto il resto, nati come si è da una vita sotterranea di lotta; si emerge sempre di nuovo alla luce, si sperimenta sempre di nuovo l’ora d’oro della vittoria – e poi ci si erge come si è nati, indistruttibili, tesi, pronti per nuove cose, ancora più dure e lontane, come un arco che l’angoscia serve solo a tendere. (Genealogia della morale)

Oggi, quando la sofferenza viene sempre portata come il principale argomento contro l’esistenza, come il peggior punto interrogativo, si fa bene a ricordare le epoche in cui prevaleva l’opinione opposta, perché gli uomini non erano disposti a trattenersi dal far soffrire e vedevano in essa un incanto di prim’ordine, un’autentica seduzione alla vita. Forse a quei tempi – e questo pensiero può confortare i più delicati – il dolore non faceva così male come oggi. (Genealogia della morale)

Questo segreto autocompiacimento, questa crudeltà degli artisti, questo piacere nell’imporre a se stessi una forma come materia dura, recalcitrante, sofferente e nel bruciare in essa una volontà, una critica, una contraddizione, un disprezzo, un No, questo inquietante, questo lavoro inquietante e terribilmente gioioso di un’anima volontariamente in contrasto con se stessa che si fa soffrire per la gioia di far soffrire – alla fine tutta questa “cattiva coscienza” attiva – l’avrete intuito – come grembo di tutti i fenomeni ideali e immaginativi, ha portato alla luce anche un’abbondanza di strane nuove bellezze e affermazioni, e forse la bellezza stessa. -Dopo tutto, cosa sarebbe “bello” se la contraddizione non avesse prima preso coscienza di sé, se il brutto non avesse prima detto a se stesso: “Io sono brutto”? (Genealogia della morale)

… chi ha costruito in qualche momento un “nuovo cielo” ha trovato la forza di farlo solo nel proprio inferno”. (Genealogia della morale)

Dalla scuola di guerra della vita: Ciò che non mi distrugge, mi rende più forte. (Il crepuscolo degli idoli)

Il nostro atteggiamento nei confronti del “nemico interno” non è diverso: anche in questo caso abbiamo spiritualizzato l’ostilità; anche in questo caso siamo arrivati ad apprezzarne il valore. Il prezzo della fecondità è essere ricchi di opposizione interna; si rimane giovani solo finché l’anima non si distende e non desidera la pace. Nulla ci è diventato più estraneo di quel desiderio di un tempo, la “pace dell’anima”, il desiderio cristiano; non c’è nulla che invidiamo meno della vacca moralista e della grassa felicità della buona coscienza. Si è rinunciato alla grande vita quando si rinuncia alla guerra. (Il crepuscolo degli idoli)

Gli esseri umani più spirituali, se assumiamo che sono i più coraggiosi, hanno anche vissuto le tragedie di gran lunga più dolorose: ma proprio per questo onorano la vita perché essa oppone loro la sua più grande opposizione. (Crepuscolo degli idoli)

Solo il pericolo ci punta le nostre risorse: le nostre virtù, le nostre armature e armi, il nostro spirito, e ci costringe a essere forti. Primo principio: bisogna avere bisogno di essere forti, altrimenti non si diventerà mai forti. (Crepuscolo degli idoli)

Ho ripreso in mano me stesso, mi sono rimesso in salute: la condizione per questo – ogni fisiologo lo ammetterebbe – è che si sia sani in fondo. Un essere tipicamente morboso non può diventare sano, tanto meno rendersi sano. Per una persona tipicamente sana, invece, l’essere malato può addirittura diventare uno stimolo energetico per la vita, per vivere di più. È così, infatti, che mi appare ora quel lungo periodo di malattia: per così dire, ho scoperto di nuovo la vita, compreso me stesso; ho gustato tutte le cose buone e anche le piccole cose, come gli altri non possono facilmente gustarle – ho trasformato la mia volontà di salute, di vita, in una filosofia. (Ecce Homo)

Il dolore non è considerato un’obiezione alla vita: “Se non hai più felicità da darmi, beh, allora hai ancora sofferenza”. (Ecce Homo)