Una caratteristica comune agli esistenzialisti è l’importanza che attribuiscono al riconoscimento dell’inevitabilità della nostra fine. Thomas Wartenberg, nella sua grande introduzione all’esistenzialismo, [amazon_link asins=’1851685936′ template=’ProductLink’ store=’acadofidea-20′ marketplace=’US’ link_id=’43a25d59-259c-11e8-ae65-cf2751b84078′ text=”Existentialism: A Beginners Guide”] suggerisce in modo interessante che il modo in cui gli esistenzialisti affrontano la finitudine dell’esistenza umana ha radici che risalgono ad Aristotele e alla tradizione empirista. Come scrive Wartenberg:

“Sembrano esserci due strategie filosofiche di base per affrontare il fatto innegabile che siamo creature finite. La prima, che affonda le sue radici fino al filosofo greco Platone, consiste nel cercare di superarlo nel miglior modo possibile. Poiché Platone concepiva l’uomo come un essere dotato di aspetti del divino, pensava che la vita umana dovesse mirare a convalidare i nostri aspetti divini, in modo che essi potessero dominare (e prevalere) sulle nostre caratteristiche finite. Questa tradizione razionalista insegnava che gli uomini dovevano vivere in modo da superare i loro limiti di esseri finiti e aspirare a istanziare un essere divino, e quindi completo, in particolare negando i nostri desideri a favore delle esigenze della ragione. L’allievo di Platone, Aristotele, diede inizio alla tradizione filosofica alternativa dell’empirismo. Per l’empirista, era un errore cercare di superare la nostra finitudine. Il progetto filosofico dell’empirismo consisteva invece nell’esplicitare la natura del conoscere, del fare e del valutare umano, non in che modo tali capacità potessero essere presenti in un essere fondamentalmente diverso da noi. Piuttosto che aspirare a sradicare ciò che ci differenzia dal divino, gli empiristi riconoscevano la nostra finitudine e i suoi effetti su ogni aspetto del nostro essere.” (Thomas Wartenberg)